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Sneaker sostenibili: materiali e marchi che fanno la differenza

Di Alain Borel 18 agosto 2026 7 min di lettura
Sneaker in materiali naturali su un prato verde

Mettiamo le cose in chiaro subito: il settore delle sneaker ha un problema enorme con la sostenibilità. Non un problemino. Non una sfumatura su cui si può discutere. Un problema grosso, misurabile, documentato. Ogni anno vengono prodotte oltre 23 miliardi di paia di scarpe nel mondo, e la stragrande maggioranza finisce in discarica dopo meno di un anno di utilizzo. Le sneaker, con le loro suole in plastica, le colle sintetiche e i tessuti derivati dal petrolio, sono tra le peggiori.

Detto questo, qualcosa si sta muovendo. Non ovunque, non abbastanza, ma si muove. E vale la pena capire cosa funziona davvero e cosa è soltanto marketing con un'etichetta verde appiccicata sopra.

Il greenwashing è ovunque (e va riconosciuto)

Il primo passo per orientarsi nella sostenibilità delle sneaker è imparare a distinguere le promesse dalle prove. Quando un brand dice "materiali riciclati", chiediti: quale percentuale? Il 5%? Il 50%? L'intera scarpa? C'è una differenza abissale tra una tomaia fatta al 100% da poliestere riciclato e una scarpa che ha un'etichetta interna realizzata con "materiali sostenibili".

Stesso discorso per le diciture come "eco-friendly" o "conscious". Non significano niente. Letteralmente. Non esiste una certificazione che imponga l'uso di questi termini in modo coerente. Un brand può chiamare "conscious" una linea che usa il 10% di cotone biologico e il 90% di poliestere vergine, e nessuno lo sanziona.

Le certificazioni che contano davvero sono poche: B Corp (che valuta l'intera azienda, non un singolo prodotto), GOTS per il cotone biologico, OEKO-TEX per l'assenza di sostanze nocive, e il Leather Working Group per la pelle conciata in modo responsabile. Se un marchio non cita nessuna di queste e parla genericamente di "impegno per il pianeta", c'è da essere scettici.

I materiali che cambiano le regole

Parliamo di cose concrete. Quali materiali fanno davvero la differenza in una sneaker?

Pelle vegetale e alternative alla pelle. La pelle tradizionale ha un impatto ambientale pesante — allevamento, concia al cromo, trasporto. Le alternative esistono e stanno migliorando rapidamente. Il Piñatex (derivato dalle foglie di ananas), il Mylo (a base di micelio di fungo) e la pelle di cactus sono le più promettenti. Non sono ancora perfette: la durabilità varia, i costi sono alti, e alcune richiedono comunque l'aggiunta di materiali sintetici per reggere l'usura quotidiana. Ma la direzione è quella giusta.

Suole in gomma naturale o riciclata. La suola è spesso la parte più inquinante della sneaker, perché è fatta di gomma sintetica (EVA, TPU) derivata dal petrolio. Alcuni brand stanno sperimentando suole in gomma naturale proveniente da piantagioni certificate, altri usano gomma riciclata da pneumatici dismessi. La differenza si sente anche sotto il piede: la gomma naturale ha un grip diverso, più "vivo", anche se tende a consumarsi leggermente più in fretta.

Tessuti riciclati. Il poliestere riciclato da bottiglie di plastica è ormai lo standard nel segmento sostenibile. Funziona bene, costa poco, e riduce le emissioni di produzione del 30-50% rispetto al poliestere vergine. Ma attenzione: resta una plastica. A ogni lavaggio rilascia microplastiche nell'acqua. Non è la soluzione definitiva — è un passo intermedio, e va trattato come tale.

Cotone biologico. Usa meno acqua e zero pesticidi sintetici rispetto al cotone convenzionale. Nelle sneaker in tela è un'alternativa valida, anche se la resa estetica e la resistenza sono identiche. Qui il beneficio è tutto ambientale, non funzionale.

I marchi che fanno sul serio

Veja è probabilmente il nome più citato quando si parla di sneaker sostenibili, e non senza ragione. L'azienda francese pubblica dati dettagliati sulle proprie emissioni, usa gomma dell'Amazzonia raccolta da comunità locali, cotone biologico dal Brasile, e pelle conciata senza cromo. Non è perfetta — lo ammettono loro stessi sul sito — ma il livello di trasparenza è raro nel settore. Il prezzo (100-180 euro per i modelli base) è nella stessa fascia di sneaker che non offrono niente di tutto questo.

Allbirds, brand neozelandese, ha puntato tutto sulla lana merino e sulla fibra di eucalipto. Le loro sneaker sono tra le più comode che io abbia mai provato, e l'impronta di carbonio di ogni modello è stampata sulla scatola come il prezzo. Una scelta radicale che costringe il brand a migliorare continuamente. Hanno anche reso open-source il loro strumento di calcolo dell'impatto, il che è un gesto non da poco.

Poi c'è Cariuma, che pianta due alberi nella foresta pluviale brasiliana per ogni paio venduto. I materiali sono buoni — cotone biologico, suola in gomma naturale, bambù — e il design è pulito, anche se forse un po' generico. Ma la politica di compensazione è tra le più aggressive del mercato.

E non dimentichiamo i grandi. Nike ha il programma Move to Zero e usa Flyknit (che riduce gli scarti del 60% rispetto al taglio tradizionale). Adidas ha la linea Parley, fatta con plastica recuperata dagli oceani. Sono iniziative reali, con numeri verificabili. Ma rappresentano una frazione delle loro produzioni totali. Quando vendi centinaia di milioni di paia all'anno, una capsule collection sostenibile è una goccia nel mare — necessaria, ma insufficiente.

Il ruolo di chi compra

Una cosa che mi irrita è quando la responsabilità viene scaricata interamente sul consumatore. "Compra meglio!" "Scegli sostenibile!" Certo, ma il consumatore non decide come viene prodotta una sneaker. Non decide se la colla è tossica, se i lavoratori sono pagati equamente, se la fabbrica ha un sistema di trattamento delle acque reflue.

Detto ciò, ci sono scelte che possiamo fare e che pesano davvero.

La prima, la più ovvia, è comprare meno. Una sneaker di qualità che dura tre anni è meglio di tre sneaker economiche che ne durano uno ciascuna. Ne ho parlato anche nella guida sugli errori da evitare negli acquisti online: scegliere con cura non è solo questione di taglia o prezzo, è un atto di responsabilità.

La seconda è mantenere quello che hai. Lo stile vintage non è solo una questione estetica — indossare sneaker più a lungo è un gesto concreto. Pulire, proteggere, risuolare quando possibile. Una sneaker curata invecchia bene; una trascurata finisce nel cassonetto.

La terza è informarsi prima di comprare. Non basta leggere la descrizione del prodotto. Cerca il report di sostenibilità del brand, controlla se le certificazioni citate esistono davvero, e diffida di chi promette la luna senza mostrare i numeri.

Il problema della circolarità

Il vero ostacolo alla sostenibilità delle sneaker non è la produzione — è il fine vita. Una sneaker moderna è un assemblaggio di 30-40 materiali diversi incollati insieme. Separarli per riciclarli è, nella maggior parte dei casi, tecnicamente possibile ma economicamente insostenibile.

Alcuni brand stanno sperimentando il design "mono-materiale" — sneaker fatte di un solo tipo di plastica, così da poter essere triturate e rifuse interamente. Nike ha il programma Grind, che tritura sneaker usate per farne materiale da pavimentazione sportiva. Adidas ha il Futurecraft.Loop, un prototipo di sneaker interamente in TPU, riciclabile all'infinito (in teoria).

Ma siamo ancora agli inizi. Il 95% delle sneaker prodotte oggi non è progettato per essere riciclato. Finiscono in discarica, dove la suola in gomma sintetica impiegherà qualcosa come 30-40 anni per degradarsi parzialmente. Non completamente — parzialmente.

Dove stiamo andando

Sono ottimista? A metà. La tecnologia c'è, i materiali esistono, la domanda dei consumatori cresce. Ma l'industria delle sneaker è costruita sulla velocità — nuovi modelli ogni stagione, collaborazioni, edizioni limitate, drop. Il modello di business stesso è in conflitto con la sostenibilità, che richiede meno produzione, più durabilità, cicli più lunghi.

La cosa migliore che possiamo fare, come consumatori, è premiare i brand che ci provano davvero e ignorare quelli che si limitano a dipingere di verde le stesse pratiche di sempre. Non è molto. Ma è un inizio.

E nel frattempo, quella sneaker che hai nell'armadio da due anni e che pensavi di buttare? Puliscila, allacciala, e portala fuori ancora un po'. È il gesto più sostenibile che esista.

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